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PRIMA LETTERA AI CORINZI
(10)

 

Riprendiamo la nostra “lettura” della Prima lettera ai Corinzi, da dove l’avevamo lasciata prima dell’interruzione estiva, cioè dal cap. 11,2.
Esaurito il tema delle carni sacrificate agli idoli Paolo passa ad un’altra questione sottopostagli dai suoi cristiani di Corinto: si tratta del comportamento nelle assemblee liturgiche, o riunioni di preghiera, che occupa tutto il cap. 11. In concreto si chiede che Paolo intervenga su due situazioni che disturbavano lo svolgimento regolari di tali assemblee: il primo che forse ci fa un po’ sorridere, riguarda l’abbigliamento delle donne nelle riunioni (11,2-16); il secondo, più serio, riguarda la “cena del Signore”, cioè la celebrazione dell’Eucaristia (11,17-34).

L’abbigliamento delle donne nelle riunioni liturgiche o di preghiera (11,2-16)

La “tradizione” e le usanze. – Anzitutto Paolo si introduce lodando i suoi corrispondenti perché si ricordano del loro Apostolo in ogni cosa, soprattutto conservando e osservando le tradizioni che egli ha loro trasmesso. Sappiamo che la parola “tradizione” è solenne e impegnativa per le prime comunità cristiane perché essa compendiavo quello che noi chiamava catechismo, cioè l’insieme delle verità e delle norme di comportamento morale indispensabili per dirsi cristiani. Tradizione significa “consegna a viva voce”, tramandare da padre in figli di verità, conoscenze, modo di comportamento e tutto ciò che era importante per vivere. Si capisce come ciò fosse essenziale in cui intere popolazioni erano analfabete, per cui ciò che si giudicava importante era affidato alla memoria. Alla fine di questo brano (v.16), dopo aver parlato a favore delle donne nelle assemblee liturgiche e di preghiera, Paolo dice che questa è “l’usanza” abituale delle altre comunità cristiane, non parla di “tradizione”, parola che sarebbe troppo impegnativa e non adatta per giustificare un comportamento tutto sommato secondario, rispetto alle4 verità di fede. Anche nell’ambiente Greco – romano era costume per le donne, soprattutto sposate, portare il velo quando si

presentavano in pubblico. Tra gli ebrei pare poi fosse così impegnativa questa usanza che colei che l’avesse trascurata poteva essere ripudiata dal marito. Dio, Cristo, L’uomo, la donna. – Dopo, dunque, una parola di lode ai corinzi per il ricordo che hanno di lui, Paolo entra in argomento con una promessa inattesa, almeno per noi. Inizia affermando che “Cristo è capo dell’uomo, l’uomo è capo della donna e Dio è capo di Cristo” (v. 3). Con ciò Paolo dice subito che all’interno della realtà cristiana c’è un ordine, una gerarchia, dentro la quale siamo tutti inseriti; ciascuno ha un posto che non sminuisce né sopravaluta la persona in sé, ma gli conferisce un ruolo in relazione agli altri. Cristo, dice Paolo nel famoso testo di Fil. 2,6-11, si è fatto obbediente al Padre fino alla morte di croce….; ma questo non indica una inferiorità nella persona di Gesù che, come Figlio di Dio, è eterno, onnipotente …, cioè è persona divina come il Padre. Così nella comunità cristiana le persone dell’uomo e3 della donna, soprattutto della coppia come sembra riferirsi Paolo, non hanno un diverso valore davanti a Dio, ma hanno un diverso ruolo e funzione che prevede una preminenza dell’uomo, che è detto capo della donna, come Cristo è detto capo della Chiesa, sua sposa (cfr. Ef5,25).
Infatti l’uomo ha come capo Cristo, al quale obbedire e al quale ispirarsi. E se l’uomo – come dicevamo leggendo la lettera agli Efesini – ama la sua donna come Cristo ama la sua Chiesa, non ci sono motivi di sopraffazione o di ribellione, né complessi di superiorità o di inferiorità tali da incrinare o rompere l’armonia della coppia cristiana. Il capo coperto o scoperto. – Ora Paolo passa all’applicazione, cioè risponde alla richiesta fattagli dai corinzi: egli è favorevole all’usanza delle donne di portare il velo nelle assemblee cristiane. La diversità della posizione e dei ruoli tra l’uomo e la donna, simile a quelli tra Cristo e la Chiesa, cerca un’espressione visibile, un segno, e Paolo lo vede in questa usanza, ritenuta generalmente decorosa e conveniente: capo coperto per le donne, in segno di riservatezza e sottomissine all’uomo; capo scoperto per l’uomo, in segno di omaggio e obbedienza a Cristo. (vv. 4-6). Paolo usa sempre la parola “capo” (in greco kefalé) che significa “la testa”, ma significa anche “il capo” in senso di autorità, come pure “l’origine” la fonte di qualcosa. Il senso delle frasi di Paolo indica in quale significato la parola “capo”, come nei vv.4-5: “Ogni uomo che prega o profetizza a capo coperto disonora il suo capo”, dove la parola capo la prima volta indica testa la seconda indica Cristo. “Al contrario la donna che prega o profetizza a capo (= testa) scoperto disonora il suo capo (= l’uomo)”.
A proposito della donna , Paolo prosegue in modo paradossale: se la donna non vuole coprirsi, quasi volesse mettersi alla pari dell l’uomo allora si tagli i capelli; però se questo è disdicevole e vergognoso, come di fatto è ritenuto da tutti, allora si copra , cioè porti il velo! Alle origini: la donna dall’uomo e poi l’uomo dalla donna. – Dopo questa affermazioni, Paolo cerca delle motivazioni. Come apostoli di Cristo, portato a vedere tutto ciò che riguarda la Chiesa alla luce della Parola di Dio, cerca in essa qualche indizio che possa illuminare anche questa questione. E per illuminare la diversa posizione dell’uomo e della donna, nei vv. 7-9 egli si richiama alle origini della creazione. Anzitutto dalla prima narrazione delle origini (Genesi1,27) Paolo legge che l’uomo è immagine, e quindi gloria, di Dio; dalla seconda narrazione delle origini (Genesi 2,18-23) Paolo costata che la donna è stata tratta dall’uomo e non l’uomo dalla donna e che la donna è stata creata per l’uomo e non l’uomo per la donna. Egli ne conclude che l’uomo è capo della donna e che essa è gloria dell’uomo. Si nota una certa parzialità di Paolo nell’utilizzare la Scrittura.
In Genesi 1,27 la frase completa dice chiaramente che “Dio ha fatto l’uomo a sua somiglianza e lo ha fatto maschio e femmina”, indicando senza equivoci l’uguaglianza tra uomo e donna come persone dinanzi a Dio. Paolo è cosciente che non si può e non si deve premere troppo su una distinzione di superiorità e di inferiorità, sia pure nei ruoli, per cui cerca di equilibrare la situazione nei vv. 11-12 , l’uomo e la donna sono fatti l’uno per l’altro, non c’è l’uno senza l’altra, e ambedue sono creature di Dio. C’è nel v. 10 un particolare che certamente attira l’attenzione: Paolo dice che la donna deve controllare il suo abbigliamento, o portare il segno della sua sottomissione, cioè il velo, “per riguardo agli angeli”. La frase dipende certamente da concezioni giudaiche sugli angeli, anche se egli non precisa in che senso abbia nominato qui gli angeli. Sembra che questo breve accenno richiami in senso generale la presenza del mondo divino nella comunità radunata nel nome di Cristo per la preghiera e per la celebrazione liturgica (così come nelle nostre celebrazioni, al prefazio, diciamo che la nostra assemblea si unisce agli angeli e arcangeli … per cantare a Dio: santo, santo, santo).
Sarebbe quindi una ragione in più per un contegno modesto e riservato della donna nelle riunioni di preghiera. A conferma del suo discorso (vv.13-15Paolo si richiama anche alla “natura”, e al buon senso dei suoi lettori, per i quali sa che è disdicevole per l’uomo portare i capelli lunghi, mentre la capigliatura lunga e fluente si addice alla donna, è vanto e gloria per le, un ornamento come una specie di velo. Indubbiamente nell’ambiente greco - romano era “naturale” per l’uomo portare i capelli corti e per le donne lasciar crescere la capigliatura, per cui Paolo può appellarsi alla natura come maestra di vita, secondo un pensiero diffuso tra i filosofi del tempo. Alla fine (v.16 ), l’usanza delle comunità cristiane primitive sembra l’argomento decisivo per la questione e Paolo invita anche le donne cristiane progressiste di Corinto, ad attenersi a questa usanza che non umilia né sottomette la donna cristiana.
Probabilmente queste donne che intendevano equipararsi agli uomini nelle riunioni, provocando l’intervento di Paolo, erano in buona fede e si basavano sulla uguaglianza e libertà annunciate e predicate da Paolo come una espressione della redenzione operata da Cristo che ci ha reso liberi (Gal 5,1), per cui in Cristo “non c’è più… né uomo né donna”, ma sono una persona sola in Cristo (Gal 3,28). Notiamo ancora in questo brano una frase, che per Paolo appare ovvia così che la dice come di passaggio, ma che invece è molto importante: “Ogni uomo che prega o profetizza… Ogni donna che prega o profetizza…” (vv.4 - 5). A parte il velo, Paolo afferma la medesima possibilità di intervento nella preghiera, anche in quella carismatica come la profezia, per uomini e donne. Ma Paolo ne parlerà ancora nei cc. 12- 14 a proposito dei carismi. Perciò rimandiamo il discorso a una prossima puntata.

La celebrazione della “cena del Signore“ (11,17-34)

Per quanto riguarda la “cena del Signore”, a Corinto si verificavano situazioni davvero incresciose, bisognose di un intervento dell’Apostolo ben preciso rispetto a quello sull’abbigliamento delle donne. E questa volta egli interviene dicendo subito “non vi lodo” (v.17).

Il primo racconto della istituzione dell’Eucaristia. – Paolo in questo brano, nei vv.11,23-26, ci offre la più antica narrazione dell’istituzione dell’Eucaristia, dato che i nostri Vangeli ancora non esistevano come testi scritti. Paolo scrive questa lettera 56/57, richiamandosi alla predicazione del vangelo fatta a Corinto nell’anno 50-52. E fin d’allora, su questo argomento, aveva trasmesso ai fedeli di Corinto ciò che egli stesso aveva ricevuto dal Signore, cioè dagli apostoli al tempo della sua conversione. Questo ci porta negli anni 33/36, cioè pochissimi anni dopo quell’ultima cena fatta da Gesù con i suoi apostoli. Nel racconto di Paolo si sente già la forma della catechesi ufficiale, introdotta dalla formula tipica della “tradizione”: “Vi ho trasmesso ciò che ho ricevuto (cfr.15,3 sulla morte e risurrezione di Gesù). Nel racconto di Paolo è scomparso ogni richiamo al contesto originario in cui Gesù ha istituito l’Eucaristia, cioè alla cena pasquale ebraica che celebrava l’antica liberazione dì Israele dalla schiavitù d’Egitto. Ma quella cena pasquale, quella liberazione, quella prima alleanza era solo figura, ombra, annuncio di ciò che l’inviato di Dio avrebbe compiuto. E Paolo, come ricorderete, aveva già insegnato ai corinzi a “leggere l’Antico Testamento” (vedi al cap 10,1-13 di questa stessa lettera). Era ormai inutile raccontare come celebravano gli ebrei la loro Pasqua.
Si è conservato, però, il contesto di un pasto, la cena, nel corso della quale si compiva la consacrazione del pane e del vino, ripetendo parole e gesti di Gesù stesso, come Egli aveva ordinato ai suoi discepoli di ripetere in sua memoria: il pane spezzato e distribuito a tutti è infatti il suo “corpo” dato per loro, e il vino del calice che passa di bocca in bocca è il suo “sangue” versato, il sangue della nuova alleanza (similmente al sangue dell’agnello dell’antica alleanza; cfr.Esodo 24). Paolo ricorda infatti ai suoi fedeli: “Ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunciate la morte del Signore finché egli venga” (v.26), cioè fine al termine della vita umana, quando Gesù ritornerà per il giudizio finale. Ora tutto questo non è un semplice ricordo, ma è una “ripresentazione” di quando Gesù ha compiuto per noi tutti, e la condivisione dello stesso pane e dello stesso vino è la condizione di Gesù stesso che si fa presente ugualmente in tutti, per fare di tutti un solo corpo con lui come sue membra, come Paolo ha già ricordato in questa stessa lettera (cfr.10,16-17). La cena del Signore è quindi segno e sacramento di grazia che salva, che riunisce e unifica, che comunica la gioia di essere insieme, di sentirsi, sostenersi e aiutarsi come fratelli, anzi come membra di uno stesso corpo.

I disordini nella comunità di Corinto. – Ma, secondo quanto era stato riferito a Paolo, nelle riunioni di Corinto avvenivano cose che negavano tutto questo. Cosa succedeva nella comunità di Corinto? Dalla requisitoria con cui Paolo entra in argomento (11,17 – 22) a Corinto i cristiani si radunavano, molto probabilmente nel “giorno del Signore”, il primo giorno della settimana, per celebrare insieme “la cena del Signore”. Tra loro c’erano persone di ogni categoria, benestanti e poveri, liberi e schiavi e, molto facilmente, ci si divideva in gruppetti tra persone della stessa categoria. E così avvenivano già delle divisioni che potevano accentuarsi, con l’ignorarsi a vicenda. Inoltre, i più benestanti potevano portarsi da casa cibo più abbondante e migliore e potevano anche avere maggior tempo a disposizione rispetto ai più poveri e agli schiavi, più pesantemente e più a lungo occupati in lavori manuali.
Dalle parole di Paolo, si ricava che i più benestanti si trovavano insieme anche prima del tempo convenuto e si mettevano a mangiare delle loro provviste, così che quando arrivavano i più poveri e i più occupati, i primi erano già sazi e anche brilli (v.2). Poi mangiavano qualcosa, insieme agli ultimi arrivati, che avevano anche molto meno da mangiare, e allora si celebrava l’Eucarestia, ripetendo le parole e i gesti di Gesù nell’ultima cena. Ma per Paolo tutto questo era una parodia di ciò che Gesù aveva fatto e aveva inteso che facessero i suoi discepoli. Paolo vede anzitutto il peccato della divisione tra coloro che dovrebbero trattarsi da fratelli; vede l’abbondanza egoistica vicino alla povertà ; vede l’umiliazione dei poveri provocata dai benestanti; vede che la celebrazione dell’Eucaristia, segno di salvezza, di fraternità e di gioia condivisa, è divenuta in realtà un’occasione di negare tutto ciò che essa significa. “Voi vi riunite per il peggio, non per il meglio” (v.17) e il vostro non è un mangiare per il Signore” ( 20).
Sono tremende queste parole: Paolo sembra negare che si celebri la cena del Signore, se la si celebra come avveniva a Corinto; non basta infatti ripetere materialmente parole e gesti del Signore per celebrare l’Eucaristia, se non si realizza tra coloro che la celebrano ciò che essa significa! E’ questo il sacrilegio dell’indegna celebrazione. Perciò prima di mangiare “quel pane” ci si deve esaminare per vedere se nella propria vita c’è qualcosa che sia contrario a ciò che l’Eucarestia significa. (vv.27-29), altrimenti sarebbe una “presa in giro” della realtà più sacra che Gesù ci ha donato. Certo se si avverte questa indegnità e la si elimina il Signore non ci condanna col mondo (v. 32) che lo rifiuta. In questo brano Paolo accenna nel v. 30 a malattie e morti che sembrano connesse a queste indegnità nella celebrazioni Eucaristica. Probabilmente intende segnalare in questi fatti non tanto come conseguenze dirette di queste indegnità, come se vi fosse una connessione immediata tra colpa e punizione, ma vede questi fatti anche come un richiamo di fronte alle responsabilità che la vita cristiana implica, per non essere colti impreparati alla chiamata ultima di Dio. L’Apostolo conclude invitando la comunità almeno ad aspettarsi e a iniziare “la cena del Signore” quando tutti siano presenti, condividendo tra tutti ciò che ciascuno porta. Per decidere altre questioni promette una sua prossima visita.

PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

1) Anzitutto leggere con calma il cap. 11 della lettera di Paolo, riprendendo uno alla volta i due argomenti di cui Egli tratta, non necessariamente in continuità, anzi è meglio leggere e riflettere in tempi diversi.

2) Il velo o un copricapo per la donna in Chiesa, oggi non è più un problema, però vi è il problema di ordine e di ruoli che, al di fuori di ogni rivendicazione, deve stimolare la mentalità di collaborazione, non solo nella donna, valorizzando capacità diverse. So prestarmi per una seria e serena collaborazione con le mie capacità dove e quando sono richiesta? O comunque nelle occasioni che mi si offrono?

3)D. Alberione ci ricorda che siamo nati tutti dall’Eucaristia; stiamo vivendo un “anno eucaristico”; in Italia abbiamo celebrato un anno eucaristico. Queste ricorrenze mi hanno stimolato a procurarmi qualche pubblicazione che mi aiuti a meditare, a celebrare e a vivere più intensamente questo mistero nella mia vita?

D. Antonio Girlanda ssp

 

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